Questo blog vuole nascere con la stessa forza delle sorgive che vibrano dal suolo del territorio dove sono nata. L'acqua che esplode per poi fluire tranquilla ad amare la terra, mi ha sempre comunicato le sue piccole e grandi attrazioni con le forme di vita che la tenevano desta, trasmettendo suoni, riflettendo colori, nascondendo misteri. Vuole ora essere narrata perchè è sempre stata per la gente delle nostre terre un aiuto all'affermazione dello spirito.
Un Natale diverso.
Il mio, quest'anno, non fu un vero Natale. Non lo riconobbi fin dall'inizio. Era qualcosa di opaco che non si sarebbe mai tramutato in una festa. Arrivato senza un momento di vera attesa, poteva trattarsi di un avvenimento qualsiasi, di un fine settimana come tutti gli altri, visto che cadeva proprio di domenica. La preparazione tra la gente era quasi nulla rispetto al clima prenatalizio degli altri anni. L'illuminazione ridotta al minimo a motivo della grave crisi economica portava a riflettere sul forte bisogno di limitare ogni spreco più che accennare sia pure sotto voce alla gioia della grande solennità in arrivo.
Un Natale spento cha ha visto giornate di un sole bellissimo ed è riuscito a far muovere limitatamente la gente, senza però ripulire la festa dal grigiore che la rendeva irriconoscibile.
Un Natale stanco di durare.
Io incominciai ad esaminarmi. Non mi convinceva il fatto che Natale fosse giunto, si fosse affermato con un bisogno esplicito di andarsene e mi avesse lasciato in un vuoto mai esperimentato in vita mia. I miei ricordi non erano importanti: le lunghe attese da ragazzina con la gioia di vedere il presepio della chiesa parrocchiale e il grande desiderio di far entrare Gesù Bambino fra noi i “Tredici” ragazzi di una famiglia numerosa.
Il presepio della parrocchia era sempre lo stesso. Occupava ogni anno l'angolo a destra dell'entrata principale della chiesa. La capanna, sempre la stessa, era collocata in un punto centrale con il suo bellissimo angelo che la proteggeva ad ali spiegate cantando il “Gloria a Dio nell'alto dei cieli”.
Le statue non cambiavano mai e anche il loro posto era sempre quello, come non mutavano le casette, le loro collocazioni, i loro inquilini. I pastori e gli abitanti del villaggio sistemato lontano dalla grotta avevano mansioni diverse ed io ero in grado di ricordarli ognuno nel loro ruolo e al loro posto.
Ho coltivato per qualche anno il desiderio di riprodurre le immagini che popolavano il nostro presepio di paese per averle in casa. Mi piacevano. Ma i miei vari tentativi risultarono sempre inutili. Disegnavo su carta i vari personaggi che conoscevo di più, li ritagliavo con le forbici, erano di carta e non si reggevano. Procurarmi dei cartoncini, delle matite colorate, o addirittura comuni statuette da presepio era impossibile. Noi non avevamo mai un soldino a nostra disposizione e gli adulti non potevano soddisfare i nostri desideri. La nostra mancanza di mezzi era tanto assoluta quanto potente il nostro bisogno di provare. Poi un giorno, qualcosa di strano: una folgorazione! Perchè struggermi tanto per delle statuine inutili se potevo avere a portata di mano delle persone vive? Incominciai ad immaginare un presepio vivente, il mio, formato dalle persone della mia famiglia. Diventò un'improvvisazione che ci assorbì parecchio, in frazionati tredicesimi, e a lungo nel tempo, anche oltre i periodi natalizi.
Noi, i Tredici, dovevamo sostituire i personaggi del presepio parrocchiale, coprire i loro ruoli, affidando i compiti anche alle persone adulte della nostra famiglia che non potevano mai prendere parte al nostro gioco. A rappresentare Maria e Giuseppe erano i miei genitori a turno con gli zii, genitori dei miei 8 cugini. La rotazione nel ricoprire le cariche più significative era rigorosamente d'obbligo, per un senso di giustizia. Gesù Bambino veniva riservato sempre al più piccolo del gruppo e tutti gli altri eravamo così interessati alla ricerca e alla variazione del nostro compito, da far sì che il Natale fosse come dovrebbe realmente essere cioè nel suo significato religioso: nella consapevolezza della continuità del grande dono che Dio ha fatto in Gesù Cristo agli uomini, quindi un-sempre-Natale.
Il gioco assumeva grande importanza quando noi ragazzi venivamo impegnati a fare lavoretti noiosi come sbaccellare i fagioli o staccare dai rami le foglie di gelso che venivano poi tritate per nutrire i bachi da seta.
E' strano: solo ricordando l'entusiasmo dei miei presepi viventi creati da ragazzina, il nostro ultimo Natale sembrava deciso a voler essere ricordato, e, rigorosamente, come quello di una volta: fatto cioè di esseri viventi. A proposito, con quali persone avevo trascorso il Natale?
Ci stavo pensando distraendomi dalle notizie del giornale radio. Notizie di importanza capitale data la situazione di grave crisi economica, e dato che quest'ultimo Natale poteva registrare a cifre tonde il mio lungo periodo di insegnamento della Storia, serviva a rendermi cosciente che anch'esso, il Natale appena trascorso, appartiene agli ultimi sgoccioli di vita della nostra civiltà.
Un problema che nessun ritorno della mia creatività infantile riusciva a farne sbiadire le tinte. Ogni notizia sul tema crisi ribadiva la mia convinzione di fondo: a morire, attualmente, è la nostra civiltà. Avevo letto di recente l'affermazione di un grande saggio indiano. “Il nostro, diceva, è un periodo di grandi guerre gestite non tanto con sottomarini e armi atomiche, anche se queste non mancano, sono guerre fraterne condotte in famiglia, fisicamente a colpi di coltello e in maniera più raffinata mediante infiltrazioni di veleni che seccano i sentimenti, inaridiscono l'intelligenza, spengono l'amore e inceneriscono i sogni”.
Il mio pessimismo non è così radicale, ma la descrizione di quelle morti mi fece ripensare al gruppo dei Tredici: li rivedevo cresciuti, sistemati, ben riusciti, con un certo numero di sconfitte superate e altre in atto di offerta per tenere desta l'allergia contro i parenti più stretti. I rapporti filiali e fraterni sono oggi in grave decadenza.
Nessun presepio ha la pretesa di impersonare matematicamente il Natale, lo ricorda, lo immagina, può simboleggiare una comunità in comunione di ideali, ma il Natale è un evento storico ben diverso, abbraccia l'umanità tutta e la pone in cammino. Il mio tentativo infantile di sostituire le rigide statue di gesso con persone in movimento, senza sapere nulla dell'esperienza di San Francesco, si colorì di grandi significati. Diede al mio Natale 2011, appena trascorso, una certa possibilità di redimersi, rendendosi capace di essere ricordato.
Per prima cosa avvertii il bisogno di non ricorrere più, almeno al momento, a protagonisti appartenenti al gruppo familiare.
Mi stavo organizzando un po' sulle scelte possibili, mentre seguivo un telegiornale e rimasi colpita dalla foto di un personaggio molto noto che non mi era simpatico. Lo conoscevo perchè ricopriva una carica di rilievo in campo religioso e mi pronunciai mentalmente con un deciso “rinoceronte!” per spazzarlo via all'istante. Un rimasuglio dei connotati che usavo da ragazzina per liberarmi in fretta di qualcuno che non mi piaceva. Rinoceronte per la figura, naturalmente. Era alta, voluminosa con il collo grosso e la testa ridotta, figura non bene dosata. Come tipo però non era da scartare. In un presepio che sia realmente in grado di rimandare in qualche modo al vero Natale devono entrarci persone di ogni tipo e di ogni cultura. Se io per il mio lavoro sono costretta ad ispirarmi alla realtà devo salvare l'identità delle persone giocando almeno sul loro nome. E senza mancare di rispetto.
"Rinoceronte", mi pulsava dentro così adatto!.. Ma non mi posso più permettere la briosa vivacità di quand'ero ragazzina.
Avevo da poco finito di leggere un libro straordinario: “L'abbraccio benedicente” di Henri J.M.Nouwen. Una meditazione evangelica sulritorno del figlio prodigo (Lc 15,11-12).
Mi resi conto subito che, grazie al commento di Nouwen al famoso dipinto di Rembrant, io avevo trovato il modo di prendere dalla realtà una persona vivente, immersa nella situazione del momento, un primo protagonista da collocare nel mio presepio. Sempre grazie al dipinto di Rembrandt la figura del mio protagonista veniva trasformata in maniera inimmaginabile: alta, diritta, proporzionata al massimo, maestosa. Con uno sguardo dall'autorevolezza invidiabile. La mia scelta era nel nome. Il signore descritto nella parabola evangelica era presentato come “Figlio Maggiore”e rese il mio Natale 2011 in grado di rivivere.