Questo blog vuole nascere con la stessa forza delle sorgive che vibrano dal suolo del territorio dove sono nata. L'acqua che esplode per poi fluire tranquilla ad amare la terra, mi ha sempre comunicato le sue piccole e grandi attrazioni con le forme di vita che la tenevano desta, trasmettendo suoni, riflettendo colori, nascondendo misteri. Vuole ora essere narrata perchè è sempre stata per la gente delle nostre terre un aiuto all'affermazione dello spirito.

Era un posto di villeggiatura e cure termali pieno di attrattive. Io mi trovai inserita in un gruppo di signore che incontravo per la prima volta mentre tra loro erano da tempo molto amiche. Ci trovavamo immancabilmente a tavola. C'erano poi appuntamenti per visite a mercatini di vario genere, a monumenti interessanti, giochi di gruppo, passeggiate e serate danzanti.
Il gruppo seguiva appuntamenti annuali da tempo e la consuetudine di ritrovarsi periodicamente creava l'abitudine ad un certo ritmo di convivenza. Avevano ad esempio un capo designato e seguito da parecchio che non era il responsabile stabilito dall'agenzia di viaggi e soggiorni. Emergeva per una personalità spiccata; aveva una capacità di comunicativa straordinaria, una schiettezza senza paragoni e un'inclinazione alla gioia che le faceva sottolineare sempre l'aspetto positivo delle cose. Trovava con straordinaria rapidità il modo di trasformare allegramente qualche lato di ciò che si presentava come negativo. Una barzellettista nata che riusciva a far ridere di scoppio e a lungo. Tutti. Si arricchiva sempre di nuovi amici e veniva ricercata di continuo, nel senso che la sua presenza indicava rilassamento, distensione, ondata improvvisa di buon umore.
Per poter divertire sempre, le sue barzellette erano riconducibili ad un unico filone e creavano un clima di divertente superficialità. Venivano regolate da un certo senso del limite e finivano col passare proprio perchè provenienti da una donna.
Desiré non mancava di equilibrio. Per una serie di motivi mi trovai a condividere con lei la camera da letto. Era una persona deliziosa con un innato senso della misura. Anche se si poteva avere l'impressione che navigasse sempre su di un unico livello, quello che rifugge da ogni tipo di approfondimento.
Per lei e per le sue amiche io divenni oggetto fin dall'inizio di un'osservazione particolare, sempre nei limiti di una buona educazione. Non mi ero premunita di 7 o 8 paia tra sandali e scarpe. Non cambiavo abbigliamento 3 o 4 volte al giorno con l'avvedutezza di non rimettere mai la stessa uniforme. Non sapevo ballare, ma mi divertiva molto poter assistere a balli ben fatti da persone che si esercitavano da una vita. Ridevo tanto volentieri alle uscite spassose di Desiré, ma non sarei mai stata capace di suggerire qualche allusione al sesso che potesse fomentare la vena iper-creativa della nostra giullare. Non potevo essere considerata una donna friulana. Anche se nata in Friuli mi mancavano troppo cose perchè, sia pure con rispetto, potessi condividere il marchio tipico di una friulana Doc.
Una sera colsi l'occasione per sottolineare qualcosa a proposito di una battuta diversa dalle solite, verificatesi a tavola durante la cena. Riuscii a farlo perchè ci trovammo, eccezionalmente, un momento da sole.
Desiré mi ascoltò con molta attenzione. “Quello che tu dici è vero. E' giusto. Ma tu sei nata diversa da noi. Io faccio fatica ad entrare in quello che tu dici anche se mi interessa proprio perchè mi rendo conto che hai ragione. Noi qui siamo diverse perchè siamo sempre state abituate a vivere così delle cose del momento, come la stragrande maggioranza della gente”. Capii che Desiré, riguardo a me, aspettava di sapere qualcosa di più. Iniziai un racconto.
Incominciai ad insegnare nella scuola pubblica dopo averlo fatto per alcuni anni in un istituto privato di suore. Fin dai primi giorni di scuola statale mi rimase impresso un sedicenne molto alto, sottile, che gli amici chiamavano “Picchio”a motivo del naso abbastanza pronunciato che richiamava l'uccello picchiatore. Secondo me aveva qualcosa di significativo interiormente che non sapevo individuare.
Un giorno mi avvicinò: “Proff, posso parlarle un momento?” “Volentieri!”. Mi scostai con lui.
“Devo dirle che la mia mamma, che è una fiorista, ha un negozio di fiori, è mamma della mia vita attuale. Ma la mia mamma vera sei tu. Nelle vite passate noi ci siamo trovati tante volte insieme. Tu eri mia madre ed io tuo figlio. Ti ho riconosciuto, fin dal primo momento quando sei entrata in classe la prima volta”.
Ricordo ancora come l'ho guardato e gli ho sorriso. Lo rifaccio ogni volta che mi viene in mente. Non dissi nulla. Anch'egli tacque e mi sorrise. Era contento. Qualche giorno dopo mi presentò un libro. “Proff, non sono sicuro se posso chiederglielo. Potrebbe leggere questo libro? Io l'ho fatto, ma mi piacerebbe sapere che cosa ne pensa lei”. “Va bene”.
Era un libro di Carlo Castaneda, uno scrittore sud-americano che andava alla ricerca di “sciamani”, antichi saggi rinati o viventi
secondo la saggezza vedica dei primi indiani.
Per due anni, Picchio mi nutrì della fantasia e delle intuizioni di Castaneda. Credo di avere letto l'intera collana delle sue opere, senza riuscire a capire se ciò che scriveva era ricavato da una qualsiasi realtà constatabile o se si trattava di pura fantasia. Intanto però, io che ero cresciuta unicamente nella mentalità cattolica dove, all'infuori del proprio credo era proibita ogni apertura, ogni possibilità di ricerca in fatto di verità religiosa, mi stavo accorgendo che il mondo dello spirito aveva estensioni e traguardi interessantissimi.
Due anni dopo l'incontro con Picchio io ho avuto l'opportunità di cambiare scuola senza la possibilità di comunicarglielo. I nostri rapporti erano molto semplici. Ci capivamo alla perfezione, come se realmente la vita continuasse da sempre senza bisogno di spiegazioni. Quando egli si presentò, io non ero digiuna del tutto riguardo alla teoria della reincarnazione. Conoscevo quel poco che una persona destinata ad insegnare storia della filosofia incontra studiando filosofi importanti come i Pitagorici o altri. Avevo poi frequentato in America un corso specifico sul tema reincarnazione. Non aveva nessun accento dogmatico e io mi rendevo conto che l'uomo sa di aver bisogno di perfezione per ricongiungersi a Dio. Nell'induismo si parlava di reincarnazione e nel Medioevo europeo era nata nella chiesa cattolica, l'idea del purgatorio. Al momento il tema delle rinascite mi lasciava indifferente. Ma davanti a Picchio, anni dopo, io sentii che la sua rivelazione era vera e non mi scompose per nulla, né al momento, né poi.
Desiré, con la sua ricca personalità, mi spingeva a voler accennare che oltre al mondo della quotidianità immedesimata nel “tutto materiale” esiste anche il mondo dello spirito il quale c'è anche se non lo si vede. Dovevo allungare il mio racconto.
Picchio ed io non ci eravamo scambiati gli indirizzi. Dopo il mio cambiamento egli mi cercava attraverso la scuola senza trovare indicazioni precise. Arrivò a telefonarmi una sera.
“Quanto ti ho cercato! Mi dicevano sempre e solo che te ne eri andata, ma nessuno sapeva dove. Ti telefono per dirti che a Rimini ci
sarà per la festa di Pasqua un “intensivo” di due giorni che fa proprio per te. Viene trasmesso via satellite dall'America. Io ci andrò un giorno o due prima per preparare l'ambiente e passerò a
prenderti perchè sarò in macchina. Andare in treno, per te sarà complicato per i tre cambi e perchè l'albergo del convegno è fuori città e scomodo da raggiungere.
La sera del preavviso per la partenza, Picchio mi annunciò che un grave disguido gli impediva di venirmi a prendere. Mi comunicava il suo profondo dispiacere: “Era proprio una cosa adatta per me”! “Dammi l'indirizzo, tagliai corto io, ci vado da sola. In qualche modo ci arriverò”. E fu così. Partii senza alcuna precisazione. All'avventura. Picchio usava sempre poche parole. Da un fatto del genere, che al comune buon senso non può che rivelare in ambedue una sicura dose di follia, per me si realizzò il cambiamento più importante della mia vita.
Sullo schermo apparve l'immagine di un grande guru, che sembrava parlare solo per me. Dimostrava di conoscermi alla perfezione. In due giorni sentii passare in rassegna tutti i problemi che io, una suora cattolica obbligata ad uscire di convento, avevo dovuto affrontare da sola. Ne avevo l'anima ancora ferita. Ne portavo le conseguenze.
Il grande guru che parlava dallo schermo era una giovane donna indiana. Di una bellezza inaudita. Di una potenza e una finezza indicibili.
Da lei io mi sentii guarire. Mi sentii guarire dal dolore che provavo, trovandomi immersa nella storia di questo momento, davanti alla morte della nostra civiltà. Per quanti anni mi sono immedesimata con passione nel rievocare gli avvenimenti legati al pensiero, alle ricchezze e anche alla fine delle grandi civiltà. Non avrei mai pensato di dover assistere di persona alla morte non di una qualsiasi grande civiltà, ma della nostra!
Gurumayi mi fece comprendere che la pesante agonia di cui soffre tutta la nostra gente non deformata dal demone del potere, dell'ipocrisia, della presunzione... è la preparazione ad una grande rinascita al mondo dello spirito. Alla scoperta che Dio abita nelle profondità dell'animo umano. Un evento che si realizzerà di sicuro e alla cui realizzazione noi siamo chiamati. Sentii quell'invito alla collaborazione come un impegno in prima persona che lei mi chiedeva in diretta.
Per la prima volta, la frase “il futuro è della donna” udita sporadicamente, mi suonò priva di retorica, specie se modificata nella ferma richiesta di “Un futuro per la donna!”.
Da quel convegno prese significato anche ogni elemento della mia vita passata.
Per Desiré si trattò solo di brevi accenni, di rapidi lampi lanciati verso l'esistenza del mondo dello spirito. Le prove del grande
amore di Gurumayi
che io esperimentai abbondantemente in
seguito a quel primo incontro non trovarono in quei giorni né un tempo adatto, né la dovuta opportunità.
Ma dopo il nostro rientro dalle ferie, Desiré mi cercò ripetutamente, con insistenza: “Non riuscivo mai a trovarti!” La cosa più importante che le stava a cuore comunicare era questa. “Tu hai visto quanto mi piace ridere e far divertire. Ma in tutti i venti minuti di intervallo tra una cura termale e l'altra, io cercavo un posto isolato del giardino, per ricordare una alla volta tutte le preghiere imparate da bambina. Ci troveremo ancora. Preparo un incontro a casa mia”.